Non conosco le tendenze di gusto e le specialità dolciarie teutoniche così bene, o perlomeno non ne sono un
assiduo e perseverante intenditore, tuttavia quell’insolito “strudel”, originale alla vista, a base di semi di
papavero, minuti pezzettini di pera, scorzette di limone e mandorle in scaglie, quel “Mohnstrudel mit Birnen”
non mi risultava tanto noto o popolare nell’immaginario culinario italiano.
Eppure posso garantire che, finanche guarnita con quell’accenno di panna che basta, se poi accompagnata
da quel cappuccino lungo in tazza alta, ovvero da una cioccolata calda aromatizzata, quella porzione, semplice
nell’aspetto, si connotava di colori compositi, e di variegate note di gusto.
Nel breve momento di quella degustazione, all’esterno, il freddo gelido e la coltre candida e sottile della
prima nevicata componevano l’immagine simbolica di un autunno al suo epilogo, che lasciava il posto con
impeto al contesto sublime, e sempre tanto atteso, dell’Avvento del Natale.
Nei Paesi del Centro-Nord d’Europa, l’atmosfera che si crea in questo periodo, ogni anno tanto tradizionalista
e conservatrice quanto innovativa, si tinge di luci, addobbi e colori abituali, ma sempre diversi, e di profumi
e sapori tramandati dalla tradizione.
Luci fin troppo allineate che adornano le casette dei Mercatini, luminarie sfolgoranti e spesso richiamate in
avvolgimenti tubulari, difficili da osservare tutte con un solo sguardo, vetrine al colmo dello spazio a
disposizione, insegne dei negozi talmente sfavillanti da accendersi dei bagliori circostanti, riflettori dalle
giostre dei bambini, oppure nelle aree ove sostavano i piccoli, in fila, in attesa del proprio turno per montare
sui pony, assistiti dagli istruttori.
Un particolare mi ha poi impressionato. In una sala dell’edificio comunale, appositamente dedicata, bambini
di lingua sia italiana che tedesca venivano accolti, tutti assieme in piccoli gruppi, per insegnare loro a
preparare i biscotti tipici delle festività. Nell’aria, il dolce aroma dello zucchero a velo. I genitori, in disparte
sul fondo, assistevano fieri e orgogliosi a quell’evento, nel quale i loro figli s’erano improvvisati protagonisti
di un’integrazione culturale e linguistica unica, che gli accendeva gli animi, ma che non aveva e non
ammetteva confini, almeno per loro... almeno a Natale.
Una fila confusa, e infreddolita, era inoltre sempre presente al chiosco dei Bretzel, quelle forme annodate e
intrecciate di pane saporito, cosparse di granelli di sale, solitamente impilate in sostegni di legno e prelevate
una alla volta, per essere talvolta guarnite persino con la nutella!
Poco distanti, analoghe file di gente si ammassavano al chiosco del brulè o a quello delle caldarroste.
Mai viste così tante mani, rigide e congelate, levate in velocità per ricevere quelle pietanze calde nel più breve
tempo possibile, per poi approfittarne per scaldarsi.
Quest’anno, forse la neve è arrivata anche troppo prima e fin troppo abbondante, e ha ghiacciato e
cristallizzato uno spirito ormai già fortemente smorzato e sconvolto dal carosello rigido degli eventi.
Quelle immagini di felicità e calore, con le scorse festività, sembravano rimembranze vaghe di un folklore che
ha lasciato repentinamente il passo al gelo della convivialità e dei rapporti sociali, preludio di un inverno dal
torpore dello spirito, ancora più lungo, e sempre più illogico.
Oggi, per rimaner in un tale contesto, è stata una giornata grigia, cupa, statica, tipica di fine autunno, seppur
ormai in pieno periodo invernale.
Una tenue bruma mattutina, come caligine torbida di un crepuscolo ormai volto al giorno, cedette il passo a
un sottile, trasparente strato di brina. I riverberi, luminosi e concentrici, dei lampioni tra la nebbia, ormai
offuscati e tenui, si alternarono con i fievoli riflessi di luce in quell’ambiente così plumbeo.
La città ha ripristinato un suo ritmo. Non il solito, non pieno, ma comunque dinamico. È difficile osservare i
volti delle persone, se sono semicoperti e se devo evitare i luoghi troppo gremiti. L’affollamento, però, è
interpretabile come un’espressione di ribellione contro quel blocco sociale, o una simulazione di libertà.
Tuttavia, ciascuno persiste col suo passo, cadenzato, forse più ordinato di prima, quasi sempre diritto. Sì,
perché ognuno avanza coi suoi pensieri, con le sue preoccupazioni, spesso con lo sguardo rivolto verso il
basso e gli occhi persi, prestando attenzione a evitare chi non riconosce.
Madri che allontanano i figli, se commetto l’errore di passargli a fianco. Anziani che, al mio avanzare, talvolta
brutalmente, attraversano la strada per raggiungere il marciapiede opposto. La gente indugia persino a
effettuare qualsiasi azione, certe volte, quando si trova in contemporanea con me all’ingresso dei negozi.
Infine, percorsi a senso unico in certe piazze, o in certi edifici, sembrano voler trasmetterci lo stesso
messaggio: tutti quanti siamo sollecitati, o costretti, a percorrere la stessa direzione. Forse questo,
nonostante l’apparenza, è anche un bene, perché ci accomuna in un’epoca di forti contrasti.
E cosa dire di certe persone che, sebbene le conosca da tempo, preferiscono eludere un incontro di persona,
come se da un momento all’altro fossi diventato un nemico o un colpevole, rimbalzandomi in un’insensata
solitudine. Di esse, mi devo accontentare solamente di un abbraccio virtuale, a parole o scritto nelle chat.
Mentre ero tutto intento a fissare un gruppetto di persone, in coda per entrare in farmacia nel rispetto delle
regole imposte per evitare ammassamenti nei locali chiusi, il mio sguardo è stato improvvisamente distratto
da una circostanza molto più vivace, curiosa, che ha spezzato quella ridondante monotonia.
Una ragazza, dai lunghi capelli castano scuro che si adagiavano sul petto, alta e con degli stivali neri, che la
innalzavano ancora di più, era improvvisamente comparsa poco davanti a me, e aveva delicatamente coperto
il collo, sopra il giubbotto aderente color antracite, con una sciarpa rosso carminio. Indossava una mascherina
di colore rosso, molto simile alla tinta della sciarpa. Passeggiava assieme al suo cane, un labrador, protetto
dal freddo da un cappottino anch’esso rosso intenso.
Allora mi sono persuaso che la fantasia e l’ironia non sono tramontate, e guai se così fosse, perché proprio
l’ironia è l’unico scudo contro la beffa della fobia e del distanziamento fisico di questi tempi.
Al termine di quel gironzolare senza meta, ma solo sospinto da un estenuante desiderio di fuga e di ricerca
di vita vera, sono rimontato nella mia auto. Non ero del tutto soddisfatto di quello che avevo visto, ma in
fondo me lo aspettavo. La mia curiosità nello scrutare e scorgere i segni degli ultimi eventi sulle persone è
stata, tuttavia, pienamente appagata.
Non mi ero accorto dell’ora, avevo tardato più di quanto avessi previsto per la mia evasione in città. Sulla
strada del ritorno, un po’ assopito dal riscaldamento dell’abitacolo, entrando in paese scorsi una persona da
lontano. Al momento non riuscivo a distinguerne il viso. Stava in piedi, vestito di abiti scuri, leggermente
ripiegato in avanti, con la mano sinistra sembrava trattenere qualcosa, mostrando un affaticato impegno nel
cercare di non farla cadere.
Mi sopraggiunse il ricordo che, spesse volte, ma ultimamente anche molto frequentemente, attraversando
quella stessa strada e agli stessi orari, mi capita di imbattermi in un uomo che, un po’ corruciato e un po’
preoccupato, fumando ovvero consumandosi con calma la sua sigaretta, come un rituale che sembra
profondergli immenso rilassamento e piacere al contempo, se ne resta lì, attonito nel vedermi passare
sempre in quegli stessi istanti della giornata. Poi ho creduto, e ormai ne sono convinto, che di fatto sia lui che
attende il mio arrivo, e che quella fumata spassosa sia una giustificazione per venirmi a salutare, anche se
solo con un colpo d’occhio fugace, e con un lento movimento di quelle folte ciglia arruffate.
Avvicinandomi pian piano, confesso provando un attimo di inspiegabile emozione, mi accorsi che era proprio
lui! Stava lì, con in mano una sigaretta ormai ridotta a poco più di un semplice mozzicone, e scrutava la via
per capire se fossi io quello che stava per passare. Ma in lui il dubbio s’era presto risolto... sì, ero proprio io!
Nel vedermi circolare, quel moccolo gli cadde dalla mano. “Non importa”, dissi tra me. L’importante è che,
nonostante il freddo, considerato che non conosciamo l’uno il nome dell’altro, e che siamo dei perfetti
estranei, in questo clima di pandemia lui immaginava che io sarei passato proprio in quel momento, ed è
uscito dalla propria abitazione per cercare il mio saluto fittizio.
Così è stato. Gli sguardi si sono incrociati, senza neanche aver avuto bisogno di chinare il capo per mostrare
un cenno di saluto. Era implicito, e molto profondo. Fu un instante. Io proseguii e lui rientrò subito nella sua
abitazione. Anche oggi, ho ricevuto il mio personale regalo di amicizia.
Rientrato a casa, senza neanche levarmi il giaccone, lessi subito un messaggio che ha contribuito ad
accendere ancor di più le candele delle commozioni di quella mattinata così avventurosa.
In una classe delle scuole primarie, nel primo pomeriggio dopo la pausa mensa, i bambini rimasti alle lezioni
pomeridiane erano disposti tutti intorno a cerchio, a raggio per così dire “allargato”, ad ascoltare una breve
novella raccontata dall’insegnante, prima di riprendere le attività didattiche.
L’atmosfera che si diffondeva stava assumendo un nonsoché di originale. I bambini, catturati dalla lettura,
avevano poco per volta cominciato a stringere quel cerchio dal diametro troppo lungo per consentirgli di
provare sensazioni vere. La loro attenzione era magicamente attratta dalla lettura di quella storia,
efficacemente interpretata dall’insegnante, e in quell’attimo i bambini, seppur frenati dalle mascherine, si
sentirono liberi! Il momento era quasi magico, tutto avveniva come d’incanto, appianando così ogni barriera
e ogni distanza, uniti dalla volontà e soprattutto dalla necessità di stare assieme per provare, sempre insieme,
le stesse emozioni forti.
A leggere quelle poche righe tutto di fretta, pensai... “Allora vinciamo noi!”. E questa convinzione mi allietò
oltremodo l’anima.
Fino a solo poco più di un anno fa, era infatti del tutto impensabile che la nostra vita sarebbe stata provata,
in maniera così repentina e greve, da un cupo oscuramento dell’esternalità delle nostre gesta di cortesia e di
affetto, seppur con l’intermezzo di saltuari episodi di libertà.
Al momento, infatti, gesti semplici come abbracciare persone care, guardare senza timore il viso delle
persone, o presiedere allo spettacolo di un tramonto al mare, sembrano quasi espressioni di una realtà
“aumentata”, non raggiungibile sempre a tutti, quasi come perle preziose di rara disponibilità, delle quali
dobbiamo chiedere lo sconto per poterne disporre.
Forse anche la nostra sfera di valori e di persuasioni è stata deviata da luoghi comuni fin troppo mutevoli e
privi di significato, da immaginari collettivi verosimili e fantasiosi, o da paure ingiustificate.
Subentrano allora l’ansia dei tamponi, i respiri soffocati da una maschera che cela anche le lacrime che
colano, il terrore per una società che sembra diventare meno solidale e sempre più indifferente e soggiogata
da regole ferree, il forte disequilibrio tra misure di sicurezza anticontagio e distanziamento psicologico.
E quello che verrà? Sarà altrettanto od oltremodo freddo come questo inverno dello spirito umano?
Sono persuaso che la presente sia solamente una fantasia scaturita da una rigida giornata di vento polare
che poi soffia e spazza via ogni pensiero, e che questa situazione rappresenti, invece, una pausa provvisoria,
preliminare alla salvezza che verrà, e che riaprirà le porte di una ritrovata e autentica serenità.
Questa, pertanto, è solo una finzione letteraria, il racconto di una sequenza casuale di episodi plausibili. Non
fingo e non nascondo, tuttavia, l’auspicio e la speranza di una risoluzione inaspettata e definitiva di una tale
situazione, che riappacifichi i cuori, rassereni tutte le persone, acconsenta nuovamente il calore degli
abbracci fisici, e sciolga questo ghiaccio dell’emotività umana, confinandolo soltanto entro il ricordo di una
sfrenata, esagerata, ma indimenticabile, fantasia d’inverno.
15 febbraio 2021
Matteo Pivotto